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LA COSTRUZIONE DEL MANAGER “IBRIDO”, UMANISTA E SCIENZIATO: JOHN BROCKMAN E L’IDEA DI “TERZA CULTURA”.

Il termine “terza cultura” fu utilizzato per la prima volta dallo scrittore, saggista e storico della scienza Charles Percy Snow. Nella sua celebre opera The Two Culture and a second look del 1964[1], egli auspicava l’avvento di una cultura “terza”, capace di oltrepassare i pregiudizi che dividevano i letterati tradizionali dagli scienziati.

Il termine, viene successivamente re-introdotto e sistematicamente utilizzato dall’agente letterario John Brockman che nel 1991, in un suo saggio intitolato The Emerging Third Culture, promuove la nascita, appunto, di una “terza cultura” in grado di oltrepassare radicalmente i confini tra scienze naturali e scienze umane[2]. Le considerazioni di questo primo saggio sono successivamente confluite nella pubblicazione The Third Culture: Beyond The Scientific Revolution, ad opera dello stesso autore nel 1995[3]; un prodotto editoriale innovativo, non una semplice antologia, ma la ricostruzione di un dialogo aperto tra scienziati che hanno saputo coniugare le scienze dure con una visione umanistica e olistica.

Da questo punto di vista le tesi di Brockman sono molto vicine a quelle di un’altra grande figura di scienziato e divulgatore come Hardy il quale, da anticipatore della tendenza, nel suo libello Apologia di un matematico afferma che «Il matematico, come il pittore e il poeta, è un creatore di forme. Se le forme che crea [il matematico] sono più durature delle loro [il pittore e il poeta] è perché le sue sono fatte di idee[4]». Prima di arrivare alla pubblicazione di libri specifici sulla terza cultura, Brockman mise assieme, attorno agli anni ’80, un gruppo informale di scienziati e altri pensatori empirici noto come Reality Club, dando vita a una vera e propria fondazione (the edge foundation) e a una comunità virtuale (www.theedge.org) all’interno della quale costruire il manifesto identitario dei nuovi umanisti.

Tra i rappresentanti di questo neo-umanesimo spiccano eminenti personalità: il filosofo Daniel Dennett, il biogeografo Jared Diamond, il tecnologo Ray Kurzweil, l’antropologo biologico Richard Wrangham, gli informatici Rodney Brooks, Marvin Minsky, Hans Moravec e Jordan B.Pollack; gli scienziati cognitivi Andy Clarck e Marc Hauser, gli psicologi Kosslyn e Pinker; i fisici Alan Guth, Seth Lloyd e Paul Steinhardt, il famoso biologo evolutivo Dawkins, il musicista Brian Eno e tanti altri. Gli attori della terza cultura (in alcuni casi definiti, appunto, scienziati neo-umanisti[5], in altri casi topbrain worker[6], in altri ancora pensatori “ibridi”) sono manager di se stessi e divulgatori che stanno progressivamente sostituendo gli intellettuali tradizionali, perché in grado di orientarsi nel modo più efficace all’interno di un ampio sistema di competenze interdisciplinari di cui non è possibile più fare a meno: biologia molecolare, ingegneria genetica, nanotecnologie, intelligenza artificiale, linguistica computazionale, superstringhe, biodiversità, genoma umano, automi cellulari, logica fuzzy, macchine teraflop ecc.

Gli esponenti della Terza Cultura attendono l'avvento di una koinè, di un linguaggio comune formalizzato, che possa fungere da trait d’union fra i diversi ambiti disciplinari. Il loro ottimismo non è di natura esistenziale, bensì meta-teorico in quanto tutta la comunità di riferimento si affida a numerose metodologie previsionali tra cui la “legge di Moore”, basata sul fatto che la potenza di elaborazione dei computer, e più in generale dei dispositivi tecnologici, uniti alle abilità e ai processi inventivi e di scoperta, cresce in modo geometricamente esponenziale di anno in anno. Come afferma Ray Kurzweil, esponente della terza cultura e membro di the edge foundation:
«Nei prossimi 25 anni, l’intelligenza non-biologica eguaglierà la ricchezza e la raffinatezza dell’intelligenza umana, per poi superarla abbondantemente grazie a due fattori: la continua accelerazione del progresso dell’informatica e la capacità [delle intelligenze non-biologiche - NdT] di condividere rapidamente il proprio sapere. Integreremo nano-robot intelligenti nel nostro corpo, nei nostri cervelli e nell’ambiente, risolvendo così problemi come l’inquinamento e la povertà, aumentando significativamente la nostra longevità, permettendo (…) un notevole incremento dell’intelligenza umana. Il risultato sarà la fusione della specie creatrice di tecnologie con il processo evolutivo-tecnologico a cui essa ha dato vita (…) Arriveremo al punto in cui il progresso tecnologico sarà talmente rapido da essere incomprensibile per l’intelletto umano non incrementato[7]» . Presciondendo dal radicalismo ingenuo di Kurzweil, il movimento www.theedge.org tenta di costruire una rete internazionale di global brains: un fenomeno che vale la pena seguire e, perché no, agganciare!

 


 

[1] Il termine third culture compare nella seconda edizione aggiornata del libro The Two Culture and a second look: an Expanded Version of The Two Cultures and the Scientific Revolution, edita dalla Cambridge University Press nel 1964, mentre nella prima del 1959 dal titolo The Two Culture and Scientific Revolution non vi è traccia del termine. Trad. it. C.P. Snow, Le Due Culture, Marsilio, Venezia, 2005.
[2] In: http://www.edge.org/3rd_culture/
[3] J. Brockman, The Third Culture: Beyond the Scientific Revolution, Simon & Schuster, NY, 1995.
[4] In G. H. Hardy, A Mathematician’s Apology, Cambridge University Press, 1940, trad. It. Apologia di un matematico, Garzanti, Milano, 2002,  pp. 67-68.
[5] In J. Brockman, Op. Cit., 2005, p.13.
[6] In A. Pitasi, Teoria Sistemica e Complessità Sociale, Aracne, Roma, 2010,  p. 20.
[7] In http://www.estropico.com/id259.htm: intervista a Ray Kurzweil a proposito del suo libro La singolarità è vicina, Apogeo, Milano, 2008.

 

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