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È POSSIBILE SUPERARE I LIMITI UMANI TTRAVERSO LE BIOTECNOLOGIE?

Nel 1998 il filosofo svedese Nick Bostrom assieme al filosofo britannico David Pearce (entrambi professori a Oxford), fondano un’organizzazione internazionale denominata World Transhumanist Association (WTA) con sede principale nel Connecticut e altre sedi presenti in 100 stati.

Il manifesto programmatico dell’Associazione parte dal principio dell’abolizione definitiva di qualsiasi tipologia di sofferenza, attraverso l’utilizzo “eticamente corretto” della tecnologia. È il principio che Harris (Harris, 2007) definisce enhancing, ossia miglioramento evolutivo co-adiuvato da fattori esterni ed estranei all’evoluzione naturale. Migliorare i corpi e le menti, combattere sin dall’origine la predisposizione a determinate malattie, essere più longevi e prestanti: sono questi i propositi del movimento che potrebbe essere definito, con un altro termine filosofico, “eudemonistico” ossia fondato sulla massimizzazione scientifica della felicità.

All’interno di questo movimento operano, in modo eterogeneo, numerosi personaggi provenienti dal mondo della scienza, della filosofia, della biologia e dell’arte (in particolare body art, correnti neo-futuriste e post-human). Molti di questi esponenti ritengono possibile potenziare l’uomo cercando di rafforzarlo con metalli duri che meglio resistano alle pressioni ambientali o migliorando le prestazioni cognitive e sensoriali attraverso innesti all’interno del cervello umano. Altri, invece, insistono sulla criogenia (ibernazione) o sul mind uploading che permetterebbe di trasferire i neuroni e le loro connessioni su un  supporto di silicio attraverso scansioni. Secondo Marchesini (Marchesini, 2009) bisognerebbe fare un distinguo tra la corrente trans-umanistica radicale e quella più nota come scuola post-umanistica. Il Trans-umanesimo radicale sembrerebbe assomigliare ad un anti-umanesimo che considera la tecno-poiesi un modo per emancipare l’uomo dal biologico e dal materiale: questa corrente di pensiero ripropone il dualismo cartesiano della logica mente-corpo, proiettandola in un futuro nel quale sarà possibile estrarre tutte le caratteristiche tipiche del cervello-mente, per innestarle direttamente in un altro dispositivo-macchina che non sia il corpo umano.

Un sentiero che personalmente definirei “ingenuo”, visto il carattere assolutamente embodied dell’intelligenza umana e ciò è sostenuto sia da autorevoli studiosi di Neuro-scienze (Damasio, 2003) sia da studiosi di Scienze Cognitive (Gardner, 2009; Noë, 2010) sia da alcuni Sociologi (Sennett, 2009). Privare il cervello-mente del proprio corpo, della mano che permette di manipolare, del movimento e della finitudine della nostra fisicità che permettono l’instaurazione della consapevolezza  (frutto di un dialogo tra ego, alter e contesto di riferimento) significa depotenziare intelligenza e creatività. L’innesto del cervello su un altro supporto non attecchirebbe. Come afferma Sennett: «tutte le abilità, anche le più astratte, nascono come pratiche corporee [1]».

Il Post-umanesimo, invece, propenderebbe per una visione umanistica-antropodecentrata, nella quale l’identità dell’uomo consisterebbe nel suo eterno “doversi ibridare” con tutto ciò che non ancora gli appartiene. Nella realtà dei fatti esistono elementi esterni con i quali non è possibile scendere a patti neanche a piccole dosi, pena la morte. Possiamo accettare una mano bionica, purché le funzioni fondamentali di tale artefatto continuino a simulare (potenziando o depotenziando) ciò che è già stato progettato dall’uomo come mano; possiamo accettare un pacemaker a patto che esso continui a far pompare il cuore; possiamo accettare modifiche corporali a patto che tali modifiche non diventino fatali per la nostra sopravvivenza o non creino shock da rigetto (organico e psicologico); possiamo, infine, accettare che le tecnologie da noi inventate modifichino il nostro sistema cognitivo, ma solo continuando a preservare le logiche fondamentali del pensiero.

Esiste, infine, una corrente denominata Iperumanesimo e introdotta dal sociologo Andrea Pitasi (Pitasi, 2011). Secondo questa prospettiva si cerca di migliorare l’uomo partendo dal presupposto di voler annullare i deficit del suo sistema paleo-corticale (su questo tema si veda Pitasi, 2011). Tuttavia, secondo alcuni studiosi di scienze cognitive (Noë, 2010) è proprio il dialogo tra paleo-corticalità e neo-corticalità la caratteristica fondante dell’umano. Migliorare o abbattere il senso dell’istinto, l’aggressività, il senso di appartenenza, il dolore e le abitudini significherebbe realizzare qualcosa di totalmente altro rispetto all’uomo. Il futuro rimane aperto e i suoi possibili sentieri non permettono ancora il tramonto dell’uomo.


 [1] R. Sennett, L’uomo Artigiano, Feltrinelli, Milano, 2009, p. 19.

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