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Dislessia creativa: può un disturbo linguistico agevolare un manager?

La dislessia è un disturbo specifico di apprendimento: fino agli anni '90 era considerata un ritardo linguistico, mentre oggi è da molti (ma non da tutti) ritenuta una particolare abilità.

«Nel maggio 2002 la rivista di cultura economica e finanziaria “Fortune”, nota per la classifica annuale delle cinquecento imprese più grandi del mondo, pubblica un articolo sulla dislessia (…) Si stima che il 20% della popolazione americana sia portatrice di un qualche grado di dislessia, con una particolare sovra-rappresentazione di dislessici fra i manager[1]». Affronto questo fenomeno che è stato interpretato in modo ambivalente e controverso nel corso degli ultimi cinquant’anni, perché rappresenta l’ennesimo esempio di rovesciamento di un concetto chiave: tale ribaltamento di prospettiva può determinare un cambiamento socio-economico significativo, producendo un impatto evolutivo sul sistema-mondo. La dislessia si manifesta sin da piccoli, quando il bambino inizia a confrontarsi con il linguaggio verbale. Se in età pre-scolastica lo stesso bambino ha sviluppato in modo particolare il linguaggio non verbale, l’impatto con la scrittura può essere traumatico.

La difficoltà si manifesta con tutte le parole i cui significati non possono essere raffigurati. Se un dislessico pensa alla parola “cane” non avrà difficoltà a raffigurare e, conseguentemente, pronunciare il termine. Se, invece, incontra espressioni astratte (per esempio: libertà, essere, angoscia etc.) oppure semplici preposizioni e articoli, allora il pensiero - e di conseguenza la lettura - si blocca. «Quando i dislessici guardano una lettera dell’alfabeto e si disorientano, in una frazione di secondo vedono una dozzina di diverse proiezioni: quella dell’alto, i lati, e il dietro della lettera. In altre parole l’occhio della mente, mentalmente gira in cerchio intorno alla lettera come se fosse un oggetto nello spazio tridimensionale. È come un elicottero che volteggia per sorvegliare un palazzo. Questa è la funzione del disorientamento seriamente al lavoro, per cercare di riconoscere un oggetto» (Davis, 2003, p.127).

La dislessia è un fenomeno in aumento. Ciò è dovuto anche alle nuove tecnologie della comunicazione che modificano (o comunque influenzano) le funzioni del sistema cognitivo. Tale incremento dimostra che siamo definitivamente entrati nell’era della post-lettura; un’epoca i cui media dominanti  privilegiano la non-verbalità. Secondo l’economista Marazzi (2010) l’incremento della dislessia non è il semplice prodotto di tecnologie multimediali, ma anche l’inevitabile e funzionale evoluzione di un sistema post-fordista in cui il pensiero non-lineare porta più vantaggi. L’industria fordista, basata sulla produzione seriale organizzata, necessitava di leader razionali e padroni della lingua (retori, in alcuni casi affabulatori); nell’era dell’intangibilità vince l’io frammentato e immaginifico, provvisto di una logica debole ma in grado di giocare con le metafore.

Secondo l’ingegnere e scultore Ronald Davis, autore de Il Dono della Dislessia, la facoltà mentale che causa la dislessia rappresenta un’abilità naturale, un talento percettivo che, se non viene corretto (ossia represso) prematuramente dai genitori o dalla scuola, si traduce in intelligenza superiore alla media. In America sono moltissimi i dislessici di successo: Paul Orfalea, fondatore della Kinko, servizio di outsourcing alle imprese per la stampa di materiali di ogni tipo; Charles Schwab, inventore del discount brokerage; Bill Dreyer, inventore della prima macchina proteinica; John Chamber, fondatore della Cisco, produttrice di sistemi di comunicazione reticolari.

Secondo i suddetti imprenditori essere dislessici è come avere un Cad (Computer-Aided Design) nel cervello, ossia un sistema che permette di agire nel mondo degli affari come se fosse uno spazio tridimensionale. Tutti i dislessici di successo intervistati hanno dichiarato che la loro patologia/dono consente di saltare velocemente e intuitivamente da un concetto all’altro. La difficoltà di focalizzare e decodificare i fonemi sviluppa, in loro, la capacità di percepire rapidamente il quadro d’insieme.

A questo punto mi sorgono spontanee due domande:

1. Può un cambiamento del sistema socio-economico giustificare l’inaspettata valorizzazione di ciò che una volta era considerato un “gap”?

2. Siamo veramente sicuri che il pensiero rapido e costruito per immagini possa da solo innescare abilità superiori?

In realtà, così come in passato era riduttivo e ottuso classificare sbrigativamente la dislessia come “ritardo”, oggi rischiamo di cadere nell’errore di voler vedere ovunque qualcosa di geniale. Forse dovremmo cambiare il modo di valutare, evitando di scambiare ciò che è funzionale per ciò che è realmente “evolutivo” ed “emancipante”.


 [1] Marazzi C., Il comunismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e crisi globale, Ombre Corte, Verona, 2010, p. 87.

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