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Creatività

Creatività? Un insieme di regole incaricate di cambiar regola

Di Simone D’Alessandro

Una normalissima improbabilità

Nel libro “Amore come Passione”, Niklas Luhmann definisce l’amore una “normalissima improbabilità”.

Ho voluto riprendere questa definizione così felice per riferirmi all’atto creativo che ritengo un inevitabile atto d’amore e di necessità.

La creatività tiene in sé il “vago”, l’ambiguità potenziale di ogni segno manifestato dall’ambiente che ci circonda, accanto al “determinato”, alla capacità che ha l’uomo di interrompere l’interpretabilità di un segno e prendere una decisione “ordinatrice”. L’anomalo e la prassi quotidiana vengono fusi in ogni atto autenticamente creativo.

Il disordine viene ri-ordinato secondo un processo. L’improbabile diviene probabile e l’originale diviene banale nel momento in cui viene pienamente accettato da una collettività. La creatività è come “l’uovo di Colombo”: prima di conoscerla la idolatri, quando la penetri ne rimani deluso, dicendo: tutto qui?

Ogni definizione di creatività si presta a facili controdeduzioni

Un pubblicitario americano, Barry Day, diceva: «prova a chiedere una definizione di creatività e ti ritroverai con tante opinioni quanti sono gli individui. Ed in effetti è così: Edison affermava che la creatività è “1% di genio e 99% di sudore»; Einstein sosteneva che: «il segreto della creatività consiste nel saper nascondere le proprie fonti»; Poincarè considerava creativo tutto quello che fosse in grado di portare “novità e utilità” al tempo stesso.

Ogni volta che che proviamo a dare una definizione di questa parola, esplodono automaticamente altre parole che negano le precedenti: per alcuni la creatività dipende dalla disciplina, per altri dalla libertà; per alcuni dipende da un sentiero già tracciato, per altri da un sentiero inventato. Per alcuni è scolarizzabile, per altri è assolutamente estranea a qualsiasi logica didattica. Ogni definizione si presta a facili controdeduzioni.

Una mia definizione paradossale del processo creativo

Nelle mie ricerche sul tema, dopo aver analizzato il pensiero di studiosi, inventori, artisti e manager, sono arrivato alla paradossale definizione di creatività: “un insieme di meta-regole in grado di disattivare se stesse pur di raggiungere uno scopo” o meglio ancora “un corpus di regole le cui regole affermano: cambia regola!”. Creatività è capacità di cambiare sentiero pur sapendo che non esiste un “non-sentiero”. È la consapevolezza di superare le regole note, pur sapendo che nel momento in cui le superi stai creando altre regole. La creatività è una “relazione” tra causalità e casualità, un dialogo ininterrotto tra soluzione, problema e contesto di riferimento.

Un fenomeno inevitabile e, attenzione, abitudinario

Nel 2010, con il Libro “Creatività: normalissima improbabilità? Per un dialogo sociologico tra problema e soluzione” ho lanciato una provocazione, acclarata da ricerche durate 4 anni, affermando che la creatività è normalmente inevitabile, un fenomeno evolutivo del vivente. Essa si appoggia a schemi, abitudini, regole e modelli più di quanto si possa pensare. La creatività è un fenomeno che può scaturire anche da una banalità. Ciò raffredderà gli animi di coloro che nascondono le proprie abilità dietro l’aura magica del “mistero ineffabile del genio”. Ma la novità della mia ricerca è che tutte le teorie, i modelli e le tecniche esistenti nel mondo pur partendo da definizioni differenti nascondono le medesime regole latenti. 

Dopo aver condotto indagini in forma di osservazone partecipante all’interno di numerose organizzazioni che si definiscono o vengono percepite “creative” o “altamente innovative” ho potuto constatare che ovunque esistono procedure più o meno latenti e tecniche che danno luogo a fenomeni di routine nella gestione della creatività e che si cibano delle stesse regole.

Opposizione, combinazione, separazione: ecco il sentiero ricorsivo

Ho intervistato centinaia di persone nel mondo, ho individuato differenti scuole di pensiero, ho censito 200 tecniche di stimolazione del processo creativo e sono giunto alla conclusione paradossale che le procedure generano regole in grado di disattivare le procedure da cui derivano. Ogni tecnica censita presenta, inoltre, elementi che sono ricorrenti nelle altre: regole comuni dell’opposizione, della combinazione e della separazione.

Tali regole, latenti, determinano il comportamento creativo e sono innescate dal rapporto circolare e ricorsivo tra pensiero e linguaggio.

C’è qualcosa di indecifrabile? Si, la “relazione” tra problema e soluzione

Ovviamente ciò non basta a spiegare il fenomeno: è impossibile accantonare dal processo la dimensione ambientale, la biografia dello scopritore/inventore, la stratificazione delle conoscenze pregresse, il gruppo, i fattori casuali che innescano un nuovo modo di procedere e, infine, la manualità. Sta di fatto, però, che la creatività è figlia di un uso ragionevole e cibernetico di regole più di quanto si pensi. La creatività non è rara, lo ripeto, ma “normalmente inevitabile”.

Lo stallo creativo risiederebbe, allora, nelle organizzazioni che non favoriscono una didattica della creatività. L’umanità non ha bisogno del genio irrazionale e solitario (che non esiste in senso assoluto, poiché percepito tale in base al contesto), ma di una socialità geniale, meglio: di una genialità sociale, capace di produrre talenti, perché in grado di stimolare le doti di ognuno in modo sistematico e condiviso, oserei dire “relazionalmente”.

Falsifico le tesi di Richard Florida

Con le mie indagini smentisco la tesi di Florida sulle tre T: non è vero, secondo le mie analisi, che “Talento, Tecnologia e Tolleranza sociale” determinino più creatività e più innovazione; non è vero che tanto più si è remunerati tanto più si è creativi, anzi spesso quando si è eccessivamente pagati si ha un calo di prestazioni; non è vero che un ambiente cosmopolita e che ha tante risorse favorisca la creatività più di un ambiente provinciale e povero. Si può parlare di creatività differenti: ci sono luoghi in cui è possibile elaborare analiticamente e luoghi in cui è possibile creare “sinteticamente”. Luoghi in cui si elabora a partire dall’eccesso e luoghi in cui si elabora a partire dalla mancanza.

Ridimensionare per ri-alimentare

De-mitizzare il processo creativo, scalfirne gli stereotipi, farne un vero e proprio oggetto di indagine, come se si trattasse di qualsiasi altro “fatto” sociale; accostarsi alla materia con il dovuto distacco, tipico dello scienziato sociale, serve a dare nuova linfa al tema.  

Nel mio caso ha significato prendere le distanze da me stesso, o meglio da quella parte di me che da anni coniuga la ricerca con il mestiere del copywriter.

Lo scienziato sociale ha cercato di vedere il professionista con tutte le sue ritualità. Indagare le mie routine ha permesso di comprendere meglio le abitudini cognitive - e non solo cognitive – di ognuno di noi.

Serendipity: “il caso aiuta le menti preparate”. Ma serve anche l’errore!

Pensare, fare e sbagliare più volte al giorno, sapendo da dove attingere informazioni, ma allo stesso tempo seguendo regole che hanno il compito di disattivare le regole stesse: questa potrebbe essere una “errante” definizione di creatività. La filosofa Brunella Antomarini afferma: «uno sbaglio è uno sbaglio solo dopo che c’è stato. Ogni fiocco di neve è un miracolo di simmetria, ma ognuno è diverso dall’altro e, dunque, un errore rispetto alla simmetria che rappresenta. Noi ricordiamo con errori di dettaglio, ma se fotografassimo ricordi, faremmo l’errore di non dimenticare e ne moriremmo».

Tutte le scienze sono andate avanti con l’errore. Ma in fondo cos’è l’errore se non un pensiero anomalo che, tuttavia, ha una sua logica anche se contro-intuitiva.

In ogni settore è proprio il far caso alle anomalie che permette di fare un balzo in avanti in termini di innovazione.

Il post-it è nato da un errore: si voleva produrre una “colla” molto forte e si è prodotta una colla debole; la scelta creativa che ha successivamente determinato l’innovazione non è stata nella creazione in sé della colla, ma nel decidere un nuovo utilizzo di questo prodotto nato per errore.

Fleming arrivò alla penicillina osservando tra i tanti vetrini uno con la muffa: altri ricercatori avrebbero gettato il vetrino, lui invece si sofferma sull’oggetto ammuffito (sull’anomalo) provando a chiedersi perchè su tutti gli altri vetrini dov’è presente il battere da studiare non c’è muffa e su quello dove c’è la muffa non c’è il battere. Fa una correlazione e trova una strada. Altri studiosi non si sarebbero soffermati, Fleming riesce a unire il pensiero “erroneo/errabondo” capace di far caso alle anomalie con il metodo rigoroso dello scienziato che tenta “correlazioni ardite”.

L’errore ci conduce verso nuovi sentieri metodologici: dovremmo, forse, introdurre una didattica dell’errore nelle Università?

Si può diventare creativi e imparare a “sbagliare” in modo costruttivo

Ricostruendo o de-costruendo modelli su ciò che si è appresso in passato alleniamo la nostra mente in modo che “renda di più”.

Del resto, cognitivisti come Gardner, neuroscienziati come Damasio, inventori come Edison, designer come Munari e psichiatri come De Bono hanno catalogato vere e proprie regole di innesco del processo creativ. Tra l'altro questi teorici, elaborando i loro modelli, pur utilizzando termini differenti hanno detto tutti la stessa cosa e hanno usato tutti le stesse meta-regole. 

Allora è possibile articolare una didattica della creatività per ricercatori, per artisti o per manager d’azienda. In ogni caso - in modo latente o patente - ci sono regole evidentemente iscritte all’interno della nostra cognizione e incaricate di combinare, frammentare o rovesciare. Regole che riordinano o cambiano regola, costruendo la novità sul paradosso, come dicevo prima.

Anni di ricerca, interviste, osservazioni partecipanti e anche pratiche creative

Sono partito dall’idea di fondo di ricostruire un dialogo “sociologico” e non psicologico della creatività nelle organizzazioni e negli individui.

Nel far questo ho cercato di ibridare paradigmi e teorie: la teoria sistemica di indirizzo luhmaniano, il costruttivismo radicale alla Von Foerster, le idee di Sennett sull’uomo artigiano, le idee di Wittgenstein e di Searle sul linguaggio, le idee di Dummett e di Goedel sulla logica, quelle di Hofstadter sulla coscienza di sé.

Ovviamente dopo essermi chiarito le idee sull’impalacatura teorica, ho dato libero sfogo alla mia bibliofilia, leggendo oltre 400 opere tra saggi e articoli, individuando correnti di pensiero di studiosi che hanno trattato il tema, con particolare riferimento ai seguenti ambiti disciplinari: sociologia della comunicazione e dei processi culturali, sociologia della conoscenza, sociologia dell’organizzazione, sociologia dell’arte, scienze cognitive, psicologia sociale e cognitiva, antropologia culturale, neuroscienze, semiotica, storia della scienza, teorie e tecniche del linguaggio pubblicitario. Poi mi sono calato nel contesto reale visitando: a) agenzie di comunicazione; b) società di consulenza specializzate in webmarketing e innovazione d’impresa; c) società specializzate nella realizzazione di audiovisivi; d) istituti di formazione e università; e) aziende vitivinicole che fanno ricerca e sviluppo nel settore della vinificazione e dell’agricoltura biologica; f) associazioni culturali; g) associazioni di categoria; h) case editrici; i) centri media; l) redazioni di giornali; m) multinazionali; n) centri di ricerca e fondazioni private.

In gran parte di queste realtà sono stato intervistatore; in altri casi osservatore o partecipante a riunioni finalizzate all’induzione della creatività, mediante l’utilizzo di tecniche (ho sperimentato in gruppo il thought shower o brainstorming, il walt disney method, il debriefing, le associazioni di idee, il reverse engineering, le tecniche di pnl, la focalizzazione ecc.).

Gli intervistati prescelti sono stati selezionati in base ai seguenti criteri: importanza del ruolo ricoperto; coerenza del curriculum professionale rispetto all’oggetto della ricerca; valenza creativa dell’organizzazione in cui l’intervistato opera.

La traccia dell’intervista (che prima di essere somministrata, è stata testata) ha avuto lo scopo di comprendere le differenti interpretazioni inerenti il processo creativo e i suoi rapporti con le seguenti polarità concettuali: singolo/gruppo; razionale/irrazionale; autonomia/procedura; innovazione incrementale/innovazione radicale; cambiamento/abitudine.

Il lavoro è durato quattro anni dopodichè è nata una normalissima improbabilità!

Ho bisogno anche dei vostri pareri

Non è finita qui con le scoperte, ma non voglio dire di più: vorrei che le persone leggessero il mio libro e le mie ricerche, anche per avere ulteriori pareri. Vorrei che i lettori di questo testo scrivessero alla mia mail personale Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.   per un loro contributo utilissimo al prosieguo delle mie ricerche.

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